Checco Costa

Una storia... La mia storia.
Nell’antica Grecia i centauri, creature metà uomo e metà cavallo, guidati dal loro maestro Chirone, correvano liberi per i boschi e lungo le pendici dei monti. I professori delle scuole superiori raccontavano queste storie agli allievi del ginnasio e del liceo suscitando fantasie diversissime che addolcivano i sacrifici sopportati dagli alunni, per adeguarsi alla disciplina della scuola.
Da queste fantasie, il più delle volte inenarrabili e indicibili, sorse in Checco Costa l’idea di ricreare l’atmosfera dell’antica Grecia dei centauri. Così pensò di portare nel parco naturale della sua città natale, Imola, singolari e incredibili cavalieri che erano i piloti di moto. Così fece pure quando portò per la prima volta in Italia il motocross che si svolse per molti anni nella cornice stupenda del fiume Santerno, nel parco delle Acque Minerali e sul monte Castellaccio. A dire la verità il pensiero di un autodromo a Imola non fu solo di Checco Costa, ma di un gruppo di amici appassionati di motociclette, di cui ricordo oltre a quelli storici, Graziano Golinelli, Ugo Montevecchi e Alfredo Campagnoli, Gualtiero Vighi per la sua innata simpatia.

In una notte di estate del 1947 questo gruppo di pionieri camminando in Via Romeo Galli, una stradina che congiungeva le Acque Minerali al ponte sul Santerno, disegnò un piccolo circuito: via dei Colli, raccordo dalla Tosa alla Piratella, via Romeo Galli. Un percorso che non arrivava ai 4 Km. e con un’ampiezza della sede stradale di circa 6 m.
Checco Costa, sognatore e desideroso di creare qualcosa di unico non si accontentò del piano concertato con i pochi amici, ma cominciò a guardare quei luoghi con gli occhi del desiderio e ispirato da una magica intuizione vide il disegno definitivo dell’autodromo di Imola.

La percezione simbolica della mente umana, prezioso nutrimento del tessuto dei sogni e della fantasia, non conosce limiti e molte volte scrive il futuro e il destino degli uomini.

In quella notte d’estate, nelle tenebre del parco, illuminate dalla luce lunare, il chiarore più idoneo a distinguere le ombre con cui sono intessuti i sogni degli uomini, nacque il disegno definitivo dell’autodromo di Imola, tracciato unico e irrepetibile, che verrà chiamato piccolo Nürburgring: 5 Km. di lunghezza, per l’esattezza 5.017 m e con una larghezza di 9 m.

Questa idea, come fragile creatura, fu accolta, aiutata, cullata e nutrita da tanti, ma solo uno ne fu padre per sempre: Checco Costa.

Checco Costa si occupò anche del disegno delle curve, del loro raggio e di quella particolare forma detta “lemniscata” e lottò perché la pavimentazione del piano viabile fosse eseguita con la consulenza dell’Istituto Sperimentale Stradale del Touring Club.

Il geometra Campagnoli pensò che la legge vigente a quei tempi: la legge Romita, dal nome del suo propugnatore, potesse favorire la realizzazione del progetto e per questo motivo propose la sua idea a Checco Costa. Ironia della sorte, Silvana, moglie di Checco, conosceva molto bene il Ministro perché amico fraterno del padre Decio.



Silvana poteva vantare una bellezza che la rendeva insolitamente unica, ma questo non era il suo merito principale. La signora Costa, forse non lo sa ancora adesso, era il volto dell’anima di Checco, l’aspetto femminile di un uomo che aveva trasceso il mondo e il desiderio per abitare in un misticismo quasi francescano da dove poteva accedere ai misteri della natura e alle fonti della genialità e della creatività.

Il 25 novembre 1947 venne costituito l’ESTI (Ente Sport Turismo Imolese) con presidente il rag. Tommaso Maffei Alberti. Dopo aver sottoposto il progetto iniziale al Presidente della Federazione Motociclistica Italiana, comm. Emanuele Bianchi, il progetto definitivo venne presentato al CONI che diede il benestare per l’inizio dei lavori. Da non dimenticare che il sindaco d’allora, Amedeo Tabanelli, aveva subito abbracciato con entusiasmo l’idea del circuito, dando l’appoggio formale e sostanziale dell’Amministrazione Comunale, come per altro fece in maniera impeccabile il suo successore Veraldo Vespignani.
Il 6 marzo 1950, il presidente del CONI, Giulio Onesti, diede il primo colpo di piccone. Il 18-19 ottobre del 1952 fu eseguito il collaudo tecnico sportivo del nuovo impianto alla presenza del Presidente della FMI Emanuele Bianchi, del Presidente dell’ESTI Tommaso Maffei Alberti, del Presidente del Moto Club di Imola, Checco Costa, di Enzo Ferrari, del sindaco di Imola Veraldo Vespignani e del vescovo di Imola Benigno Carrara. Alberto Ascari con la Ferrari e Umberto Masetti con la quattro cilindri Gilera tagliarono il nastro tricolore dell’inaugurazione dell’automotodromo. Così piaceva chiamarlo mio padre Checco.







Il mito della Ferrari, che già allora viveva nel cuore di tutti gli sportivi e il mito della Gilera che con la Guzzi alimentava le rivalità del popolo motociclistico italiano e in particolare di quello caldo e appassionato della Romagna, discesero su Imola, suscitando emozioni che la ragione degli uomini non avrebbe mai potuto spiegare.







E anche adesso l’autodromo, teatro dei miti umani spiega, anche se irrazionalmente, perché debba esistere pretendendo non solo l’amore di chi lo vuole, ma soprattutto di chi lo sopporta o addirittura lo odia.
Le polemiche, le battaglie dei naturalisti, le controversie, gli esposti dei proprietari terrieri si sono via via attenuate anche perché noi uomini siamo l’espressione di un conflitto: nasciamo per morire. Solo accettando i conflitti, le ambivalenze e le ambiguità potremmo sperare, forse, un giorno, di trovare la spiegazione del perché siamo venuti al mondo, o per lo meno di conquistare la totalità dell’essere e la sua verità.
Guidato dalla sua genialità e creatività, amante della natura e della scienza agraria, aveva selezionato dei grani che ancora oggi portano il suo nome, Checco conosceva benissimo quei luoghi delle colline imolesi dove bambino, con il fratello Luigi, valente pittore, trascorreva le vacanze estive calato nella natura e immerso in quell’innocenza che crediamo eterna quando siamo fanciulli.
Checco Costa cominciò a scrivere la storia dell’autodromo, offrendola non solo al nostro paese, ma al mondo intero. Il 25 aprile 1953 organizzò una gara valida per il campionato italiano. Quel giorno la folla affluiva da ogni entrata con ritmo sostenutissimo e costante: ininterrotti cortei, per ore intere, sono confluiti attorno all’automotodromo di Imola che aprì quel giorno la sua attività. A Emilio Mendogni, un ragazzino con un corpo esile, che nascondeva un cuore grandissimo, è spettato l’onore di aprire la serie dei vincitori della storia del circuito di Imola. Infatti vinse portando la sua Morini col numero 98 a una delle sue vittorie più fulgenti. La classe 500 fu vinta da Alfredo Milani su Gilera.
L’anno seguente, Francesco Costa inventò la Coppa d’oro che costituì il meglio delle corse.







Per non confonderla con altre competizioni e addirittura con le prove del Campionato del Mondo, la valorizzò al punto di dotarla di un montepremi di 12.000.000 di Lire che erano, nel 1954, una cifra strabiliante.
Facile intuire che sarebbe stato un trionfo anche se le condizioni climatiche sfavorevoli e la pioggia potevano, impietosamente, rovinare quel raccolto, come infatti avvenne in più di un’occasione. Capitò anche che Checco Costa perdesse un mare di milioni e furono giorni tremendi, non solo perché la legge e i creditori bussavano alla sua porta, ma anche perché rimase completamente solo a fronteggiare il disastro finanziario.







Ma neppure con il mare in tempesta, coi mobili pignorati, il pastore del motociclismo perse la sua calma e la sua fiducia nel mondo e nel domani. Infatti dopo la tempesta venne il sereno. Nell’Aprile del 1957 il pubblico divenne marea procurando uno spettacolo indimenticabile, come fu indimenticabile e magica la battaglia epica che gli eroi del rischio di quei tempi si diedero sulle sponde del Santerno.
Da quel giorno la storia del motociclismo si arricchì di un capitolo che nessuno in seguito seppe mai scrivere e Checco Costa divenne il profeta di un nuovo corso dello sport delle moto.

Per dimostrare questa sua veggenza importò a Imola la Daytona, la classica corsa che si correva in Florida.
Il motociclismo tradizionale sembrava giunto agli sgoccioli del suo entusiasmo e Checco pensò a nuove fantastiche moto, veri e propri “mostri” che entusiasmavano le folle americane: le moto Superbike. Così organizzò una gara mitica, dove mise a confronto i conduttori europei e quelli del nuovo mondo. Aprì la strada in Europa ai cosiddetti “marziani”, i piloti americani che correvano sugli ovali e nelle piste degli Stati Uniti. Così, dopo diciotto edizioni della Coppa d’oro Shell, nel 1972 incominciò l’albo d’oro della 200 Miglia, la Daytona d’Europa, la cui ultima edizione nel 1985 fu vinta da Eddy Lawson davanti a Randy Mamola. I re della 200 Miglia sono stati Giacomo Agostini, Kenny Roberts, Jarno Saarinen, affezionatissimi al Circuito del Santerno, a Imola e a Checco Costa.
Il 23 Aprile 1972 nasce così a Imola la prima 200 Miglia, DAYTONA d’EUROPA.
Quella emozionante gara ideata da Checco Costa fu vinta da Paul Smart con la Ducati. Lo stesso Checco Costa, Presidente del Moto Club, volle per questa importantissima manifestazione un’assistenza medica adeguata e d’avanguardia rispetto a tutte le organizzazioni precedenti nazionali e internazionali. Affidò al figlio Claudio, laureato in medicina nel marzo del 1967, questo impegnativo compito che fu portato a buon fine con l’aiuto del Dr. Giancarlo Caroli, valente rianimatore dell’Istituto Rizzoli di Bologna, e dell'indimenticabile Dott. Giuseppe Russo.

Comparve così per la prima volta nel teatro delle corse motociclistiche il medico rianimatore, il medico capace di sconfiggere la morte. Tutti i piloti capirono questo nuovo insostituibile tipo di soccorso e apprezzarono questo nuovo gruppo specializzato e pieno d’amore nello svolgere l’azione di soccorso e vollero questi medici in tutte le gare del motomondiale.
E la storia ebbe inizio. Per cinque anni (1972-1976) il Dr. Claudio Costa con il suo gruppo, equipaggiato con cassette di Pronto Soccorso, seguì le gare del motomondiale. Ma tale assistenza rimaneva inadeguata anche perché a quei tempi la medicina che si interessava delle gare di motociclismo era primordiale e molto carente di uomini e mezzi, tanto che i piloti si soccorrevano a vicenda.

Un altro “Mundial” carico di suspense e di agonismo, fu il Gran Premio delle Nazioni a squadre, organizzato per gli appassionati delle due ruote, per vedere all’opera il meglio del motociclismo mondiale impegnato in una sfida fra le nazioni. I migliori piloti di Stati Uniti, Italia, Inghilterra e Francia si batterono contro gli alfieri della squadra del resto del mondo negli anni 1978 e 1979.

Checco era un grande organizzatore e la sua generosità e il suo cuore immenso non gli potevano far dimenticare l’assistenza medica dei piloti. Volle fin dalle prime edizioni della Coppa d’oro, la grande gara di primavera con i più valenti piloti del mondo, che i migliori medici e le ambulanze fossero presenti in pista (ricordo fra questi il Dr. Luigi Lincei e il Dr. Adriano Mondini).

In oltre creò un gruppo di commissari di pista meravigliosi nello svolgere il loro compito e si alleò con Ermete Amadesi della CEA che con le insostituibili figlie Rossella e Patrizia, hanno guidato e guidano tuttora i “Leoni” della CEA, famosissimo in tutto il mondo.

Dal 1949 al 1988 sono stati scritti a Imola 40 anni di storia del motociclismo, 23 Coppe d’oro, 12 edizioni della 200 Miglia, 9 Campionati del Mondo di Motociclismo, 5 Campionati Europei di Moto cross, 10 Campionati del Mondo di Moto cross e forse un centinaio di altre gare di moto.







Questa storia l’ha scritta Checco Costa e la sta scrivendo ancora raccontandola con la voce del suo figlio più piccolo Carlo, speaker ufficiale dell’autodromo, e con il figlio più grande, Claudio, che seguendo fin dalla nascita la passione del padre e il suo amore verso i centauri ha creato la Clinica Mobile diventando il dottore e amico di tutti i piloti motociclisti.


Claudio Costa